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Gli Stati Uniti cambiano rotta
di Matteo Monti


Fronte Polisario SAHARA OCCIDENTALE
- Un conflitto latente, una spinosa
questione di mancato rispetto dei diritti umani, e di quello di
autodeterminazione dei popoli, una nuova amministrazione americana molto
interessata alla questione, e un Regno orgoglioso, poco incline al dialogo:
alla luce dei recenti avvenimenti che l’hanno riportata alla ribalta
internazionale, la questione del Sahara Occidentale assume dei contorni
intriganti.

La storia recente di questi 266.000 chilometri quadrati di terre desertiche,
potenzialmente ricche di minerali (fosfati in primis, ma anche idrocarburi e
rame) e di risorse naturali (mari molto pescosi, territorio ideale per la
costruzione d’impianti fotovoltaici) ancora poco sfruttate, è un
“pasticciaccio brutto” che può essere fatto risalire alla conferenza di
Berlino del 1884. All’epoca la Spagna era una potenza coloniale in forte
declino, interessata a trovare in Africa dei territori che potessero
palliare la perdita d’influenza che stava subendo nelle Americhe per mano
degli Stati Uniti: il Sahara Occidentale, con il quale il Regno di Spagna
aveva già intrattenuto buoni rapporti economici, passò dunque nella sua
sfera d’influenza. Gli spagnoli iniziarono a colonizzare le coste della
regione, e, in seguito a feroci combattimenti con le tribù locali,
riuscirono a stabilire un protettorato su tutto il territorio del Sahara
Español, che diventerà la 53esima provincia di Spagna.

L’ondata decolonizzatrice del post seconda guerra mondiale, anche a causa
dell’eccezionalità spagnola, dovuta principalmente al perdurare del governo
franchista, non toccherà direttamente il Sahara, che si vedrà negare ogni
concessione d’autonomia fino al 1975, anno in cui gli spagnoli, sottoposti a
forti pressioni internazionali e in preda a sconvolgimenti interni (morte di
Franco e inizio della transición democrática ) firmarono lo storico accordo
di Madrid. Nell’accordo si gettavano le basi per la cessione
dell’amministrazione (e non della sovranità) della Provincia Spagnola al
Marocco e alla Mauritania. Il Frente Polisario, il movimento saharawi di
liberazione nazionale nato durante il periodo dell’occupazione spagnola,
appoggiato dall’Algeria, non accetta questa duplice invasione del territorio
dell’auto proclamata Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD, 27
febbraio del 1976), e si oppone frontalmente ad entrambi gli eserciti. La
Mauritania si ritira dal conflitto e riconosce l’indipendenza della RASD. Il
Marocco invece conquisterà manu militari la quasi totalità del territorio
dell’ex-colonia spagnola. Le ostilità terminarono nel 1991 anche grazie alla
mediazione delle Nazioni Unite, che inviarono nella regione la missione di
peacekeeping MINURSO, con il compito di supervisionare e coadiuvare
l’organizzazione del referendum del 1992 (sul quale entrambi le parti
ritrovavano d’accordo), in vista della tanto sospirata indipendenza del
territorio. Purtroppo il quesito “Vuoi che il Sahara Occidentale sia uno
stato sovrano ed indipendente?” non è ancora stato posto alla popolazione
della regione, che da ormai 18 anni, rinchiusa nei campi profughi di
Tinduff, esiliata in territorio mauritano o soggiogata al dominio alauita
all’interno dei confini della propria terra, aspetta invano il momento della
catarsi democratica.

Ma questa situazione potrebbe essere destinata a sbloccarsi, dato il nuovo
approccio degli Stati Uniti d’America nei confronti del diritto
internazionale (e quindi delle risoluzioni delle Nazioni Uniti), percepito
come uno strumento chiave per rimodellare una nuova società internazionale.
Lo stesso approccio che reputa prioritaria la risoluzione di dispute e
conflitti latenti come quello israelo-palestinese o del Sahara Occidentale.
Gli indizi a sostegno di questa tesi sono molteplici, a partire dal fatto
che l’amministrazione Obama, a differenza della precedente, non ha mai
espresso alcun tipo di sostegno alla proposta ufficialmente avanzata da
Rabat nel 2007 per la creazione di una provincia del Sahara Occidentale
fortemente autonoma all’interno del Regno del Marocco (in palese violazione
di innumerevoli risoluzioni dell’assemblea delle Nazioni Unite), e che
sembrava ormai destinata ad essere accettata per mancanza di controproposte
condivise. Nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza del 30 aprile
2009, durante la quale fu approvata la risoluzione 1871 per l’estensione del
mandato della MINURSO, l’ambasciatrice statunitense, a differenza di quanto
fece l’anno prima, durante la presidenza Bush, non diede nessun tipo
d’appoggio alla proposta marocchina per la regione. Anche il tour che
l’Inviato Speciale delle Nazione Unite per il Sahara Occidentale,
Christopher Ross, ha condotto in Africa del Nord (Algeria, Marocco,
Mauritania) e in Spagna nelle scorse settimane, grazie al quale sembra
essere riuscito a organizzare l’ennesimo round di negoziati tra il Marocco e
il Frente Polisario, è abbastanza sintomatico di questo cambiamento di
rotta. Ross, diplomatico statunitense con una grande esperienza nell’area
del Maghreb, è stato ricevuto da alcune dalle personalità di spicco della
regione, sottoponendo ai suoi interlocutori una nuova proposta, su cui non
sono ancora trapelate molte indiscrezioni, appoggiata dal presidente Barak
Obama, che sarebbe stata accettata dal Polisario, dall’Algeria, e non
sarebbe stata rifiutata dalla Mauritania.

Diversa la reazione del Marocco: al suo arrivo a Rabat Ross è stato ricevuto
dal Ministro degli Interni e da quello degli Esteri, né il Primo Ministro,
né tantomeno il Sovrano Mohammed VI hanno avuto incontri ufficiali con lui.
Alcune fonti giornalistiche sostengono che il motivo di questo mancato
incontro fossero gli impegni reali: l’agenda molto serrata del Sovrano
avrebbe impedito un tête-à-tête tra i due, ma la pista più probabile sembra
essere il malcontento serpeggiante tra le fila marocchine per il cambiamento
di rotta della nuova amministrazione a stelle e strisce, come confermano
alcune fonti “vicine al palazzo”, citate dal quotidiano marocchino Al Sahara
al-Usbuia. Secondo alcuni esperti il piano di Ross assomiglierebbe molto
alla proposta avanzata da Baker nel 2003, che concedeva al popolo saharawi
la possibilità di indire un referendum per votare in merito all’indipendenza
dal Marocco, dopo un periodo di autogoverno di 5 anni. Una proposta
lontanissima da quella del governo marocchino.

È in questo contesto che si inserisce la lettera inviata dal Presidente
Obama al Re Mohammed VI, pubblicata il 3 luglio dalla Maghreb Arabe Presse,
l’agenzia di stampa ufficiale del Regno. Il fulcro della missiva riguarda il
possibile ruolo del Marocco come mediatore nel conflitto
israelo/palestinese, ma alcune righe sono dedicate anche alla questione del
Sahara Occidentale. Obama dice di comprendere “l’importanza che riveste la
questione del Sahara per il Marocco” aggiungendo di “concordare sul fatto le
negoziazioni siano portate avanti sotto gli auspici dell’ONU”. Inoltre, il
Presidente accorda “piena fiducia” a Christopher Ross. Poche righe, a prima
vista poco importanti, che divengono rivelatrici se comparate con quelle che
G.W. Bush scrisse al medesimo destinatario il 20 giugno del 2008. Nella sua
lettera, il Presidente Repubblicano appoggiava apertamente la proposta di
“concedere l’autonomia alla regione del Sahara, sottoposta alla sovranità
marocchina”. La differenza è per lo meno evidente. Come ci ricorda il
Professor Carlos Ruiz Miguel, se l’amministrazione Obama è realmente
interessata a cambiare il mondo iniziando a far rispettare le regole del
gioco democratico, si trova di fronte ad un’occasione davvero imperdibile
per dimostrarlo: sembra dunque plausibile un forte pressing nei confronti
dell’alleato nord africano, al fine di poter giungere ad un accordo
accettato da tutte le parti in causa, e nel pieno rispetto del diritto
internazionale e della risoluzione 1514/1960 dell’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite.