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PRIGIONIERI DELLA GUERRA DEL SAHARA OCCIDENTALE
Da alcune settimane circola anche in Italia una petizione per la liberazione dei prigionieri di guerra marocchini detenuti dal Fronte Polisario. Iniziative simili si ripetono regolarmente negli ultimi anni in coincidenza con la denuncia delle gravi violazioni dei diritti umani dei sahrawi nei territori occupati del Sahara Occidentale e in Marocco. E' il caso oggi dell'ondata di repressione a seguito della nuova intifada sahrawi in corso dal 22 maggio. Nasce così il sospetto che queste iniziative, più che preoccupasi dei prigionieri di guerra, facciano parte delle battaglia che il Marocco conduce contro il diritto all'autodeterminazione del popolo sahrawi.
In primo luogo non si può non essere d'accordo nell'auspicare, al di là del diritto umanitario di guerra, la liberazione dei prigionieri, a meno che la loro partecipazione alla guerra non abbia comportato crimini contro l'umanità, crimini che sono imprescrittibili.
Ma chiedere la liberazione dei prigionieri di guerra significa volere la liberazione di tutti i prigionieri, da parte di tutte le parti in conflitto.
E' quello che auspica da sempre l'ANSPS.
A proposito delle notizie diffuse dalla petizione sulle condizioni dei prigionieri marocchini, è bene fare subito alcune precisazioni.
I prigionieri non sono affatto maltrattati e tanto meno torturati. Condividono le stesse condizioni dei rifugiati sahrawi, compresa la mancanza di libertà di tornare nel proprio paese, giacché i profughi sahrawi vivono in Algeria contro la propria volontà e vi sono costretti non già dal Polisario, come pure va dicendo la propaganda contro ogni evidenza, ma dal Marocco.
I prigionieri non sono sottoalimentati o privi di cure mediche più di quanto non lo siano i rifugiati sahrawi stessi.
Per ciò che riguarda l'accusa di "lavoro forzato", va ricordato che le condizioni di vita dei campi profughi nel deserto di Tindouf (Algeria) fanno si che un'attività è indispensabile alla sopravvivenza, e tutti, sahrawi e marocchini, vi contribuiscono.
Quanto al Rapporto di France Liberté sui prigionieri marocchini, va detto che altre associazioni per la difesa dei diritti umani hanno criticato il modo con cui le testimonianze sono state raccolte, senza verifica. Si può comprendere come un prigioniero che voglia attirare l'attenzione rilasci dichiarazioni non veritiere atte a fare scalpore. Basta una sola considerazione per ricondurre questo Rapporto alla sua giusta dimensione. Se c'era veramente qualcosa da nascondere, perché mai il Polisario avrebbe lasciato alle due intervistatrici la piena libertà di intrattenersi con i prigionieri?
Ma questi sono gli aspetti contingenti che la petizione ha ritenuto di diffondere. Mancano invece del tutto le considerazioni sulle origini dei prigionieri di guerra. Non è inutile ricordarle anche in questa occasione.
Nel conflitto del Sahara Occidentale, due sono le parti belligeranti: il Marocco, che ha invaso e occupato militarmente il territorio a partire dal 1975, e il Polisario che ha esercitato il legittimo diritto alla difesa.
Il Polisario ha fin dall'inizio dato notizia nei suoi bollettini sui combattimenti del numero dei morti e dei militari fatti prigionieri. Già nel corso degli anni 70 numerosi giornalisti, rappresentanti di istituzioni e di associazioni hanno potuto rendere visita ai prigionieri marocchini.
Il tentativo del Polisario di conoscere il numero e l'identità dei propri combattenti, così come dei civili, catturati dalle forze di occupazione, si è sempre confrontato con il diniego delle autorità marocchine. Il Marocco del resto negava l'esistenza del Polisario e dei suoi combattenti, ed identificava nell'Algeria la propria controparte.
E' solo negli anni 90, dopo l'accordo di pace dell'agosto 1988 tra il Marocco e il Polisario, che il governo di Rabat inizia a riconoscere la belligeranza con i sahrawi.
Il Piano di pace dell'Onu, nato da quell'accordo, prevede che dopo il cessato il fuoco, entrato in vigore il 6 settembre 1991, si apra una fase di transizione nella quale avviene lo scambio dei prigionieri. Tale fase non è mai entrata in vigore per l'opposizione del Marocco, che avrebbe dovuto cedere il controllo dei territori occupati ai caschi blu della MINURSO. Lo scambio dei prigionieri non è dunque avvenuto per l'opposizione del governo di Rabat.
Se da una parte il Marocco si è rifiutato di dare notizia dei militari uccisi, di quelli incarcerati e degli scomparsi, il Polisario ha comunicato i nomi dei prigionieri e ne rende possibili le visite.
Su iniziativa dei governi e delle associazioni per i diritti umani o di quelle di solidarietà con il popolo sahrawi, il Polisario ha dato corso alla liberazione unilaterale dei prigionieri fin dal 1984.
A questo proposito emblematica è la sorte dei 200 prigionieri liberati dal Polisario nel 1989, su richiesta del governo italiano. Le autorità marocchine hanno rifiutato per 6 anni, fino al 1995, di riammetterli in patria per non dover ammettere che la guerra era con i sahrawi.
Posso portare a questo proposito una testimonianza personale. Ho visitato più volte i prigionieri di guerra. Soprattutto i primi anni ho raccolto, in completa libertà, lettere (semplici pezzi di carta) con gli indirizzi dei familiari di ufficiali e di soldati semplici. Ho scritto loro portando la mia testimonianza del giorno, delle circostanze e delle condizioni di salute dei loro congiunti, chiedendo di volermi dare conferma dell'avvenuto ricevimento della lettera. In nessun caso mi è stato risposto. Ho il sospetto che quelle lettere non siano mai giunte a destinazione.
Anche quando il Marocco, su pressione internazionale, ha alla fine accettato di accogliere i prigionieri liberati dal Polisario, le loro testimonianze parlano di un atteggiamento di diffidenza e di emarginazione da parte della autorità, e di condizioni di reinserimento molto dure.
Non per questo non si deve auspicare la loro liberazione. Ma la guerra nel Sahara Occidentale è una guerra tra due parti, ed entrambe devono liberare i prigionieri. Perché il Marocco oppone il silenzio assoluto, pretendendo di non avere prigionieri di guerra? Se sono morti, perché rifiuta di comunicare le circostanze del loro decesso? Perché tutte le inchieste ufficiali, l'ultima è l'Istanza Equità e Riconciliazione (IER), non hanno prodotto risultati?
I prigionieri di guerra del Sahara Occidentale: liberiamoli tutti, liberiamoli subito!
5 luglio 2005
Luciano Ardesi Presidente dell'Associazione nazionale di solidarietà con il popolo sahrawi (ANSPS)
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